Gli operatori del centro per il trattamento di Ebola Elikya, a Bunia nell’est della Repubblica Democratica del Congo, hanno sospeso sabato le attività per i premi non pagati, interrompendo così l’assistenza nell’epicentro di un focolaio in rapida crescita. L’Associated Press ha riferito che medici, infermieri e addetti alla sicurezza hanno aderito, mentre i dati governativi diffusi venerdì indicavano già 2.973 casi confermati e 1.309 decessi nel Paese.
Circa 100 dipendenti hanno protestato davanti alla struttura nella provincia dell’Ituri dopo aver votato lo sciopero finché le autorità non offriranno soluzioni concrete per due mesi di incentivi arretrati. Secondo i lavoratori, il mancato pagamento è dannoso per il morale e la qualità delle cure. La mobilitazione segue quella all’ospedale generale di Bunia, il più grande della città, dove alcuni dipendenti non avrebbero ricevuto né salario né compensi dall’inizio della loro attività nella risposta.
Le cifre ufficiali più recenti registrano inoltre 766 pazienti in isolamento o ricoverati e 540 guarigioni. L’Ituri concentra quasi il 90 per cento delle infezioni confermate; perciò è essenziale mantenere trattamenti, analisi, sepolture sicure e tracciamento dei contatti a Bunia e nelle aree vicine. Il Congo ha dichiarato il 15 maggio il focolaio, provocato dal meno comune virus Bundibugyo.
I dati precedenti dell’Organizzazione mondiale della sanità mostravano già la stessa accelerazione. Al 15 luglio l’OMS contava 2.124 casi confermati e 828 morti in Congo, dopo un aumento del 50 per cento dei casi e del 91 per cento dei decessi in due settimane. Aveva inoltre registrato 119 infezioni e 36 morti tra i sanitari: una realtà che evidenzia rischi professionali persistenti e criticità nella prevenzione.
Contenere la malattia è più difficile perché non c’è un vaccino approvato né una terapia specifica contro questa forma di Ebola. Per l’OMS, diagnosi precoce, isolamento, cure di supporto di qualità, controllo dei contatti e sepolture sicure possono ridurre trasmissione e mortalità. Però conflitto, sfollamenti, attacchi alle strutture, mobilità legata alle miniere e verifiche incomplete rendono più fragile ogni attività.
La priorità sarà capire se le autorità congolesi salderanno gli arretrati e ripristineranno tutti gli organici prima che ulteriori interruzioni indeboliscano una risposta già sotto pressione. L’OMS valuta il rischio molto alto in Congo e alto nei Paesi confinanti, però basso a livello globale. Non raccomanda restrizioni a viaggi o commercio e chiede sorveglianza coordinata, preparazione transfrontaliera e sostegno più stabile affinché l’assistenza possa continuare.
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