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I radicali di idrogeno degradano i PFAS senza bisogno di sostanze chimiche aggiuntive

Pubblicato il 16 giugno 2026 590 visualizzazioni

Uno studio rivoluzionario pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology ha rivelato che i radicali di idrogeno generati da luce ultravioletta intensa possono degradare efficacemente i PFAS, i composti sintetici notoriamente persistenti noti come sostanze chimiche eterne. La scoperta è straordinaria perché il processo non richiede alcuna sostanza chimica aggiuntiva — solo luce UV e acqua — offrendo così un approccio fondamentalmente più pulito per distruggere queste sostanze pericolose che contaminano le riserve idriche in tutto il mondo.

I PFAS, ossia le sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, costituiscono una famiglia di migliaia di composti chimici sintetici utilizzati fin dagli anni Quaranta in innumerevoli prodotti di consumo e industriali, dalle pentole antiaderenti e dall'abbigliamento impermeabile alle schiume antincendio e agli imballaggi alimentari. La loro straordinaria stabilità chimica, che li rende così utili nella produzione, è proprio ciò che li rende così pericolosi nell'ambiente. Tali composti resistono ai processi di degradazione naturale e si accumulano nel suolo, nell'acqua e negli organismi viventi per decenni, il che è già di per sé una realtà allarmante.

Le conseguenze sanitarie dell'esposizione ai PFAS sono sempre più documentate. La ricerca scientifica ha collegato queste sostanze al cancro, alla disfunzione del sistema immunitario, alle alterazioni ormonali e ai problemi di sviluppo nei bambini. I PFAS sono stati rilevati nelle forniture di acqua potabile di comunità in tutti i continenti abitati, rendendo la loro eliminazione una priorità fondamentale per la salute pubblica. Finora, la maggior parte dei metodi di trattamento si è concentrata sulla filtrazione dei PFAS dall'acqua, piuttosto che sulla distruzione effettiva dei legami molecolari che li rendono così persistenti. Perciò, la possibilità di una vera distruzione molecolare rappresenta un progresso cruciale.

La nuova ricerca identifica i radicali di idrogeno come i principali agenti responsabili della degradazione dei PFAS sotto esposizione alla luce UV. Questi frammenti molecolari altamente reattivi attaccano le molecole di PFAS e rimuovono gradualmente gli atomi di fluoro, scomponendo i composti in sostanze più piccole e meno persistenti. Già questo risultato sfida le precedenti ipotesi scientifiche che indicavano altre specie reattive come i principali responsabili della degradazione dei PFAS sotto trattamento UV, fornendo così una comprensione molto più chiara della chimica sottostante.

Il processo si dimostra più efficace sotto luce UV ad alta energia al di sotto dei 300 nanometri di lunghezza d'onda, che genera quantità sufficienti di radicali di idrogeno per sostenere la reazione di degradazione. I ricercatori hanno scoperto che l'intensità e la lunghezza d'onda della luce UV sono variabili critiche che determinano la rapidità e la completezza con cui le molecole di PFAS vengono smantellate. È già chiaro che tali parametri saranno essenziali per la progettazione di impianti su larga scala.

Le implicazioni per il risanamento ambientale sono significative. Identificando i radicali di idrogeno come il meccanismo chiave, lo studio fornisce una direzione più chiara per progettare tecnologie di trattamento efficienti e sostenibili, capaci di distruggere realmente le sostanze chimiche eterne invece di trasferirle semplicemente da un mezzo all'altro. I metodi di filtrazione attuali generano rifiuti contaminati che necessitano ancora di smaltimento — un problema che la distruzione molecolare eliminerebbe completamente. Perciò, più ricercatori si concentrano già sulla possibilità di rendere questa tecnologia accessibile.

Sebbene il passaggio dalla scala di laboratorio agli impianti industriali di trattamento delle acque resti una sfida ingegneristica considerevole, la ricerca rappresenta un progresso significativo nella lotta globale contro la contaminazione da PFAS. La semplicità dell'approccio — che richiede solo luce UV e acqua — lo rende potenzialmente più accessibile e conveniente rispetto ai metodi di trattamento chimico, offrendo la speranza che le comunità colpite dall'inquinamento da PFAS possano disporre di una soluzione pratica e sostenibile per depurare le proprie riserve idriche.

Fonti: Environmental Science and Technology, ScienceDaily, Science News, New Atlas

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