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La volatilità del petrolio agita i mercati mentre resta l'incertezza su Hormuz

Pubblicato il 12 agosto 2026 815 visualizzazioni

I prezzi del petrolio hanno oscillato con forza martedì, poiché l'incertezza sui trasporti attraverso lo stretto di Hormuz ha agitato i mercati globali. Secondo i dati dell'Associated Press, il Brent è salito brevemente oltre 90 dollari al barile, è sceso sotto 87 e ha chiuso a 88,91 dollari, l'1,4% in più di lunedì. La rapida inversione è già una prova di quanto l'energia sia sensibile al conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran.

L'interruzione è iniziata dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l'Iran alla fine di febbraio e le minacce iraniane alla navigazione, che hanno di fatto chiuso lo stretto. La rotta è importante perché trasporta una quota rilevante del petrolio mondiale. L'agenzia energetica statunitense afferma che i produttori del Golfo hanno compensato in parte il vincolo deviando forniture, mentre le riserve strategiche e la maggiore produzione fuori dal Medio Oriente hanno limitato i prezzi.

Il segretario statunitense all'Energia Chris Wright ha dichiarato che quasi 9 milioni di barili al giorno passano dallo stretto e che i flussi regionali, compresi gli oleodotti, sono circa 15 milioni al giorno. L'AP riferisce che la riserva strategica è scesa sotto 300 milioni di barili, oltre 100 milioni in meno rispetto all'inizio del 2026. L'Iran però lega ancora la piena riapertura alle proprie condizioni, perciò non c'è già un calendario affidabile.

La volatilità si è estesa oltre il greggio. L'S&P 500 ha perso lo 0,3%, il secondo calo moderato dal record di venerdì; il Dow Jones è arretrato di 184 punti, pari allo 0,3%, e il Nasdaq dello 0,6%. A luglio il Brent si è già mosso tra 72 e 102 dollari. È una fascia eccezionalmente ampia, così ogni notizia sull'offerta può cambiare la realtà dei prezzi e l'attività degli investitori.

Consumatori e autorità monetarie subiscono un effetto diretto. L'AAA ha indicato per la benzina normale negli Stati Uniti una media di 4,01 dollari al gallone, rispetto a meno di 3,14 un anno fa, però sotto i quasi 4,09 della settimana precedente. Gli economisti prevedono che il rapporto di mercoledì mostri un'inflazione annua al 3,4% in luglio, dal 3,5% di giugno, ma l'energia più cara può frenare questa possibilità.

Anche le obbligazioni riflettono l'incertezza. Il rendimento del Treasury decennale è calato al 4,69% dal 4,72% di lunedì sera, ma è molto più alto del 3,97% precedente alla guerra. I dati di CME Group assegnano possibilità quasi uguali a un aumento dei tassi della Federal Reserve a settembre, che sarà il primo in più di tre anni. Inflazione e trasporti dal Golfo potranno perciò guidare petrolio, costo del credito e attività azionaria.

Fonti: Associated Press, U.S. Energy Information Administration, AAA, CME Group

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