Torna alla home Il Senato respinge la risoluzione sul ritiro dall'Iran mentre il 60% degli americani è contrario alla guerra e si avvicinano le elezioni di metà mandato Politica

Il Senato respinge la risoluzione sul ritiro dall'Iran mentre il 60% degli americani è contrario alla guerra e si avvicinano le elezioni di metà mandato

Pubblicato il 9 marzo 2026 692 visualizzazioni

Il Senato degli Stati Uniti ha respinto il 4 marzo una risoluzione che avrebbe ordinato il ritiro delle forze armate americane dalle ostilità con l'Iran, approfondendo così la frattura politica sul conflitto. Un sondaggio CNN pubblicato pochi giorni prima rivelava che quasi il 60 per cento degli americani disapprova l'azione militare, e già è emerso con chiarezza che la società è profondamente divisa. Il voto ha messo in luce le tensioni tra i legislatori che sostengono la campagna dell'amministrazione e coloro che ritengono che il presidente abbia oltrepassato la propria autorità costituzionale conducendo una guerra senza l'autorizzazione esplicita del Congresso. Otto militari statunitensi sono già stati uccisi nel conflitto, e i funzionari della difesa hanno stimato che la campagna potrà durare da quattro a cinque settimane al minimo, e forse molto più a lungo.

Il presidente Trump ha adottato una posizione intransigente, dichiarando che non accetterà nulla di meno della resa incondizionata dell'Iran e rifiutando di impegnarsi in qualsiasi negoziato al di là dei termini di capitolazione. Perciò la possibilità di un compromesso diplomatico è già venuta meno. In cambio, il presidente ha promesso di contribuire alla ricostruzione dell'economia iraniana una volta ottenuta la resa, presentando l'offerta come un gesto di buona volontà americana. La posizione dell'amministrazione ha suscitato aspre critiche da parte dei legislatori democratici, i quali avvertono che l'esigenza di una resa incondizionata prolunga il conflitto e accresce il rischio di perdite americane. È già stato confermato che il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è recato a Washington e ha incontrato Trump nell'Ufficio Ovale per discutere dell'esito della guerra, così come il primo ministro britannico Keir Starmer ha parlato con il presidente l'8 marzo della cooperazione militare attraverso le basi della Royal Air Force nella regione.

Le ripercussioni economiche del conflitto sono già diventate una questione centrale della politica interna americana, e la realtà è che la situazione peggiorerà ulteriormente. I prezzi del petrolio, che si attestavano a circa 67 dollari al barile prima dell'inizio delle ostilità, hanno superato i 116 dollari, aumentando così drasticamente i costi per i consumatori alle stazioni di servizio e facendo lievitare i prezzi lungo tutta la catena di approvvigionamento. Il rapporto sull'occupazione di febbraio ha inferto un altro colpo, rivelando una perdita di 92.000 posti di lavoro rispetto a una creazione attesa di 50.000, rappresentando perciò una delle peggiori letture occupazionali degli ultimi anni. I democratici si sono impossessati di questi numeri, sostenendo che la guerra sta minando direttamente la stabilità finanziaria dei cittadini americani comuni e posizionando le preoccupazioni sul costo della vita come il loro messaggio principale in vista delle elezioni di metà mandato del 2026.

Le manovre politiche si estendono ben oltre il dibattito immediato sulla guerra, poiché il presidente Trump sta facendo pressione sui senatori repubblicani perché abbandonino l'ostruzionismo legislativo al fine di approvare il SAVE American Act, una legislazione che i principali leader democratici hanno già definito come l'equivalente moderno delle leggi di soppressione del voto dell'era Jim Crow. La spinta per eliminare la soglia di 60 voti necessari per far avanzare la legislazione rappresenta un'escalation significativa nella battaglia istituzionale tra i due partiti e potrebbe ridisegnare l'equilibrio dei poteri a Washington per gli anni a venire. È già chiaro che la società americana è profondamente divisa su questa possibilità, e perciò il futuro della democrazia è in gioco.

Nel frattempo, le agenzie di intelligence stanno già guardando oltre il campo di battaglia. Secondo i rapporti, la Central Intelligence Agency ha avviato discussioni con gruppi curdi iraniani riguardo a possibili scenari politici che potrebbero verificarsi qualora il regime attuale a Teheran dovesse crollare. Queste conversazioni suggeriscono che parti del governo statunitense si stanno già preparando per un panorama post-bellico anche mentre la campagna militare prosegue, sollevando così interrogativi sull'impegno americano a lungo termine e sulla portata di qualsiasi futuro sforzo di ricostruzione. La possibilità di un cambiamento di regime pone sfide enormi perché comporta responsabilità di lungo periodo.

I democratici sono sempre più convinti che la frustrazione pubblica riguardo alla guerra e all'economia si tradurrà in guadagni elettorali già alle elezioni di metà mandato del 2026. Gli strateghi del partito stanno concentrando le loro campagne sull'accessibilità economica, indicando l'impennata dei costi energetici e il debole rapporto sull'occupazione come prova che le politiche attuali stanno fallendo le famiglie lavoratrici. Il partito aspira a conquistare la maggioranza sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato, sostenendo che gli elettori riterranno il partito al governo responsabile del disagio economico che ha accompagnato la campagna militare in Iran. La realtà è che la convergenza di un costoso conflitto estero, indicatori economici in deterioramento e feroci battaglie partigiane ha già creato uno degli ambienti politici più volatili nella storia recente degli Stati Uniti, e perciò la società americana sarà chiamata a scelte decisive nei prossimi mesi.

Fonti: CNN, NPR, CNBC, CBS News, UK Government

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