I prezzi al consumo negli Stati Uniti sono aumentati del 4,2 per cento nei dodici mesi terminati a maggio 2026, secondo i dati pubblicati mercoledì dal Bureau of Labor Statistics. È il più forte incremento annuale in oltre tre anni, e ciò è dovuto in larga misura all'impennata dei costi energetici legata al conflitto militare in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il rapporto è arrivato sui tavoli dei decisori politici già alle prese con le ricadute economiche dell'escalation nel Golfo Persico, e la preoccupazione è già molto diffusa.
I prezzi della benzina hanno guidato l'aumento, balzando del 40,5 per cento su base annua rispetto al 28,4 per cento di aprile. L'indice energetico nel suo complesso ha rappresentato più del 60 per cento dell'incremento mensile complessivo, riflettendo così la grave perturbazione delle catene di approvvigionamento petrolifero globali causata dalle ostilità vicino allo Stretto di Hormuz. I prezzi alla pompa sono saliti costantemente da quando il conflitto è iniziato a fine febbraio, e gli analisti hanno già avvertito che un'ulteriore escalation, compresa la possibilità di una chiusura dello stretto, potrebbe spingere i costi del carburante ancora più in alto nei prossimi mesi.
L'inflazione di fondo, che esclude i prezzi volatili di alimentari ed energia, si è attestata al 2,9 per cento nei dodici mesi terminati a maggio. Sebbene questa cifra resti più vicina all'obiettivo a lungo termine del 2 per cento della Federal Reserve, gli economisti hanno avvertito che gli aumenti prolungati dei prezzi energetici tendono a riversarsi sui costi più ampi per i consumatori nel corso del tempo. Perciò trasporti, spedizioni e manifattura affrontano costi di produzione più elevati quando i prezzi del carburante salgono, creando effetti a catena che possono infine spingere verso l'alto anche l'inflazione di fondo.
Il rapporto sull'inflazione è arrivato appena un giorno dopo che dati governativi separati avevano mostrato che i salari orari medi erano cresciuti solo del 3,4 per cento su base annua. Con i prezzi in aumento del 4,2 per cento e i salari al solo 3,4 per cento, i lavoratori americani stanno subendo un calo del potere d'acquisto reale. Questo divario tra crescita salariale e inflazione significa che le famiglie guadagnano effettivamente meno in termini di ciò che i loro stipendi possono realmente comprare, il che è già un problema grave che mette ulteriore pressione su bilanci familiari già provati da anni di costi elevati.
Il principale fattore dietro l'impennata inflazionistica è ancora il conflitto militare con l'Iran, che ha interrotto la produzione petrolifera e il trasporto marittimo in uno dei corridoi energetici più critici del pianeta. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto della fornitura giornaliera mondiale di petrolio, è diventato un punto critico poiché entrambe le parti si scambiano attacchi e l'Iran ha già minacciato di chiudere completamente la via navigabile. I trader energetici hanno reagito spingendo i futures sul greggio oltre i 130 dollari al barile, un livello che non si vedeva più dallo shock delle materie prime del 2022.
La prossima pubblicazione dell'indice dei prezzi al consumo è prevista per il 14 luglio 2026. Gli operatori di mercato e i decisori politici osserveranno con attenzione se la tendenza inflazionistica accelererà ulteriormente o inizierà a stabilizzarsi. La Federal Reserve si trova di fronte a un equilibrio sempre più difficile, stretta tra la necessità di contenere i prezzi in aumento e il rischio di inasprire la politica monetaria durante un periodo di incertezza geopolitica. Già diversi economisti hanno avvertito che, se il conflitto con l'Iran si protrarrà per tutta l'estate, l'inflazione potrebbe superare il cinque per cento entro l'autunno, livelli che complicherebbero significativamente le prospettive economiche per milioni di famiglie americane.
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