Le osservazioni del telescopio spaziale James Webb indicano la possibilità di tre buchi neri che assorbono materia nella galassia primordiale J0148-4214. È quanto emerge dallo studio guidato da Hannah Übler all’Istituto Max Planck per la fisica extraterrestre in Germania. ScienceDaily ne dà notizia il 25 ottobre. La ricerca è però già apparsa su Astronomy & Astrophysics il 12 agosto: non è quindi un annuncio inedito di oggi.
Il gruppo ha usato NIRSpec di Webb per mappare l’emissione dell’idrogeno nella galassia. Il suo spostamento verso il rosso, pari a circa cinque, è un’indicazione del giovane universo. Due sorgenti sono più vicine al centro, separate da circa 620 anni luce in proiezione; la terza è a circa 5.500 anni luce dal centro. Si tratta però di distanze sul cielo, non di misure tridimensionali complete.
Gli indizi sono ampie righe di emissione dell’idrogeno associate a gas ad alta velocità. Gli autori hanno valutato supernove, urti, venti e stelle massicce, ma l’ipotesi più probabile è gas attorno a buchi neri in accrescimento. Mappare le variazioni di posizione della luce lungo lo spettro ha così permesso di distinguere le sorgenti centrali, benché siano molto vicine.
Lo studio stima masse di circa 80 milioni, 600.000 e due milioni di Soli per i tre oggetti. È però una stima basata su metodi calibrati con sistemi vicini, la cui applicabilità a galassie lontane comporta notevoli incertezze. Il risultato sostiene perciò la possibilità di un tripletto di buchi neri, ma sarà necessario precisarne ulteriormente le proprietà fisiche.
Secondo i ricercatori la coppia centrale potrà infine fondersi, una possibile via di crescita più rapida. Un calcolo semplificato dà circa 700 milioni di anni o meno per l’avvicinamento a spirale: non è una collisione osservata. L’oggetto esterno può avvicinarsi al centro oppure può essere stato spostato da interazioni precedenti. In futuro osservatori di onde gravitazionali come LISA potranno studiare fusioni nei discendenti di sistemi così formati.
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